15 gennaio 2021 A ciascuno il suo

Il protagonismo, al limite dell’autoritarismo secondo Matteo Renzi, di Giuseppe Conte sembra essere la contraddizione su cui si è rotta la maggioranza che ha sostenuto fino ad ora il governo italiano. Senza un partito e senza una lunga militanza politica Giuseppe Conte è stato un punto di equilibrio di una coalizione eterogenea, favorendo la sopravvivenza politica del movimento 5 Stelle, in crisi evidente di consensi e di leadership, mentre ha garantito al Partito Democratico un ruolo di governo, ben più congeniale dell’essere all’opposizione, vista la mutazione genetica della sua cultura e del suo essere un partito di sinistra. Entrambi hanno sofferto della capacità di iniziativa di Giuseppe Conte, senza però essere in grado di contestarla efficacemente, pena la rottura di equilibri favorevoli al loro agire politico. Leu, quale terzo elemento della coalizione, era già compensato dall’essere nella “stanza dei bottoni”, prima che la pandemia desse un ruolo significativo e ben interpretato ad un suo rappresentante nel governo.
Il quarto soggetto della coalizione, Italia Viva, con una rappresentanza governativa ininfluente e in calo di visibilità, si è sentito particolarmente danneggiato dal protagonismo del Primo Ministro, senza nessuna contropartita di legittimazione politica. Di qui la reazione virulenta e scomposta di Matteo Renzi, convinto che la sua iniziativa di contestazione di Giuseppe Conte, sarebbe stata raccolta e rilanciata dagli altri partner della coalizione, incoraggiato dalla sua sensibilità e intuizione, dovuta alla sua appartenenza al ceto politico, con cui condivide da tempo cinismo e demagogia.
Convinto di parlare lo stesso linguaggio e di avere gli stessi obiettivi dei suoi sodali, ingannato da una caratteriale sovrarappresentazione di sé stesso, trascinato da una concezione demiurgica della parola e del suo mezzo, ha aperto una crisi governativa al buio, nel mezzo di una generale e gravissima crisi sanitaria, economica e sociale, creando sconcerto e confusione nel mondo politico e nell’opinione pubblica.
Isolato per la mancanza non tanto di un progetto strategico, ma di un piano tattico con cui contrastare controffensive e ricercare mediazioni, si è rivelato inaffidabile politicamente, incapace di gestire eventi e conflitti da lui stesso provocati.
Qualcuno benevolmente potrebbe dire che ha gettato il cuore oltre l’ostacolo. Altri malignamente potrebbero affermare che, come ogni buon toscano, Matteo Renzi preferisce perdere un amico che una battuta.
Eppure Matteo Renzi non è il solo protagonista di questa crisi.
Lo è Giuseppe Conte, per il suo essere uomo buono per ogni stagione politica, per il suo doroteismo mai dichiarato, la sua titubanza a decidere, la sua continua ricerca di facile consenso, il suo stare in un’aurea mediocritas , forte solo per la debolezza della sua coalizione e di quella all’opposizione.
E’ protagonista il Partito Democratico, ormai privo di una precisa identità, che cova al suo interno rancori e insofferenze ideologiche, sopite da una gestione paternalistica e bonaria, come se questo partito dovesse tranquillizzare e sedurre e non essere il protagonista di una trasformazione radicale della società italiana, come sta pretendendo la pandemia da Covid19. Non si chiedono avventurismi né fughe in avanti ma almeno una seria riflessione, per esempio, sul collasso sistemico della nostra architettura istituzionale, costruita sull’asse Stato centrale-Regioni e sul fallimento catastrofico del nostro sistema sanitario, devastato dalla “seconda ondata” del virus, ben più diffusa e violenta della prima, anche se largamente prevista, come lo è la “terza ondata”.
La stessa richiesta andrebbe rivolta all’altro protagonista della crisi, il movimento 5 Stelle, se garantisse una precisa interlocuzione, un comune agire politico e una coerente idea di società e non fosse travagliato da un conflitto lunare tra un’anima “governista” e un’altra “movimentista”, come se essere un partito, con un gruppo dirigente riconosciuto e riconoscibile e momenti decisionali condivisi e condivisibili, fosse una anatema o una bestemmia, come d’altronde l’essere di destra o di sinistra.
Il terzo protagonista è LEU che sembra soddisfatto dal semplice fatto di esistere, che non sembra aver contribuito in modo significativo alla coalizione di governo, se si toglie la grande disponibilità del Ministro della Salute, Speranza. Sembra una forza politica meritevole per l’impegno del suo ministro (nomen omen) e la simpatia di Bersani più che per un progetto politico vero e proprio, ma anche a LEU va chiesto conto del perché si è arrivati impreparati a ciò che si prevedeva sarebbe successo, compreso il Ricovery Plan.
Oggi è Matteo Renzi il cattivo e va detto che ha fatto il possibile e l’impossibile per esserlo. Ma come sempre le responsabilità di una crisi vanno attribuite anche al masochismo politico, alla diserzione amministrativa e alla desistenza morale di un intero ceto politico.

5 Commenti

  1. Il quadro ė al quanto desolante, per essere ‘morbida’, preoccupa il fatto che in un momento così difficile per il paese, e il mondo intero, non viene fuori il ‘meglio’ delle persone e della politica. Sarò ingenua, ma questo aspettavo. Esempi più che peggiori abbiamo davanti agli occhi, ma come molti avevo, e ancora voglio avere, fiducia in questo gruppo legislativo italiano. Non voglio il peggio. Non vorrei il collasso che la caduta del governo provocherebbe, c’è molto da fare, ė un momento così grave che non si può permettere giochi di potere o protagonismi personali o di partito. Cosa possiamo fare? Dalle mura di casa?

  2. Caro Marcello, sono il primo a dire che tra quello che dice Renzi e quello che fa c’è un abisso, ciò non toglie che quello che dice è vero. Quello che dice Conte è invece assolutamente falso e, come Renzi, è assolutamente incapace di agire. Nonostante proclami e propaganda secondo i quali saremmo i primi in Europa, deve spiegarci e chiedere scusa per essere il paese al mondo con il maggior numero di morti per milione di abitanti e quello con il peggiore PIL. Tutto il resto sono chiacchiere.

  3. Sono altrettanto convinto che l’unica soluzione accettabile di questa crisi sia tornare al voto e accettare il verdetto delle urne. Non ditemi che non è possibile per l’emergenza sanitaria visto che, con il rispetto delle misure di sicurezza, si è già votato negli USA, tra pochissimo si voterà in Portogallo così come in altri paesi europei entro giugno. Voteranno milioni di Italiani a Milano e in altre grandi città italiane quindi, il veto sul voto ( scusate la cacofonia) è solo un miserevole pretesto per impedire questo ( come già altri) esercizio democratico.

  4. Le cose stanno esattamente come le hai argomentate tu. La conclusione spiana tombalmente l’intera classe “digerente”.

  5. Non so assolutamente come se ne uscirà da questo casino, proprio mentre “il morbo infuria” e sempre più “il pan ci manca”, ma credo che a questo punto non lo sappia neanche il ‘genio’ di Rignano, ora anche lui in confusione e che rischia – spero – di morire di tattica: bravissimo nello scompaginare il quadro, non sa neanche lui come ricomporlo. Della politica mi pare abbia imparato solo i vizi, mentre delle virtù necessarie a praticarla, non ne vedo manco mezza. Oltre – come già detto da molti- al suo smodato narcisismo e una sopravvalutazione smisurata di sé stesso, si tratta, probabilmente, anche di un caso di psicopatologia del potere. Non sono ‘contiano’ – come potrei esserlo?! – ma Conte, che ricorda anche a me i democristiani dorotei, oggi, nolenti o volenti era (è?) il punto di equilibrio possibile, non solo in Parlamento, ma soprattutto nel Paese dove è ancora popolare, o comunque di gran lunga meno impopolare di tutti gli altri. Il secondo Recovery Plan uscito e limato accogliendo le tante richieste di modifica (non solo quelle di (Forza) Italia Viva), non sembrava male, data la situazione e tenuto conto di cosa è il governo Conte2, di come è nato e dei rapporti di forza interni. Ma Renzi ha puntato continuamente i piedi e alzato continuamente la posta, con richieste fatte apposta per silurare ogni intesa: il Mes e la revisione del reddito di cittadinanza su tutte. La frusta argomentazione per cui Renzi ha posto delle questioni anche condivisibili (ma clamorosamente opposte a quelle che sosteneva quando comandava ed era con il vento in poppa: ricordate cosa diceva lo spacconcello dei “partitini”, quando voleva stravolgere la Costituzione?) non significa che allora si debba aprire una crisi al buio fregandosene delle conseguenze e senza presentare uno sbocco praticabile e condivisibile anche da altri che hanno un peso molto più grande di lui: anche Bertinotti, mutatis mutandis, tanti anni fa ragionò così: in nome dei “contenuti” (magari buoni, anzi buonissimi) fece cadere Prodi: andò male, anzi malissimo… Il motivo di fondo per cui Renzi ha iniziato a fare casino risiede nel fatto che essendo fallita l’operazione di svuotare il Pd a favore del suo partito personale (anzi il Pd, con l’uscita di Renzi, che l’aveva distrutto, portandolo ai minimi storici, si è un pochino ripreso) ha inteso riguadagnare centralità mediatica e politica, per evitare di essere condannato all’irrilevanza. Purtroppo i tempi sono stretti e il rischio è o una soluzione pasticciata, o elezioni, in una situazione drammatica. Mai come ora la mancanza di un riformismo radicale e, al tempo stesso possibile (ovvero una distribuzione equa di sacrifici e “ristori” a tutta la società), appare dolorosamente macroscopica

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