23 settembre 2020 Io speriamo che me la cavo

In elezioni non molto lontane la mancata vittoria del Pd, guidato da Bersani, venne derubricata a sconfitta; nelle recentissime elezioni regionali la mancata sconfitta del Pd, a guida Zingaretti, è stata classificata come una vittoria. Nel frattempo le destre, dopo aver auspicato un successo totale, hanno conquistato una nuova regione, strappandola al centrosinistra, rivendicando il governo di ben quindici regioni su venti. A sentire i dibattiti televisivi nei principali talk show tutti hanno vinto qualcosa, compreso il movimento 5 Stelle, che si è intestato la vittoria nel referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari, a compensazione dei disastrosi esiti elettorali nelle elezioni regionali e comunali. Persino Matteo Renzi rivendica un grande exploit elettorale della sua forza politica, a fronte anche di un misero 4,48 % nella sua Toscana.
L’impressione è che il ceto politico italiano continui a disinteressarsi dei bisogni dei cittadini, tallonato non da associazioni o da comitati civici, ma da giornalisti professionisti, interessati solamente a individuare ed esaltare contraddizioni e conflitti tra leader, motivati a scoprire solo alleanze e tattiche politiche, pronti ad approfondire fatti di cronaca per pochissime ore, per poi abbandonarli incompresi e incomprensibili.
Non sembra interessare nessuno che si siano svolte le prime elezioni in piena pandemia senza disastri organizzavi né accidenti di natura epidemiologica né di ordine pubblico.
Non sembra neanche che ci sia contezza e accortezza che l’Italia è alla vigilia di un evento di assoluta priorità: l’assegnazione di significativi fondi europei con il Recovery Fund, che impone l’urgenza di una programmazione stringente e puntuale, da parte dello stato, nelle sue articolazioni istituzionali sia nazionali che regionali o comunali.
Tutti sembrano interessati a sopravvivere ad un presente che non accontenta nessuno, senza una attenta e puntuale attenzione ad un futuro che se non affrontato con previdenza rischia di essere altrettanto minaccioso.
Il proprio orto ideologico, il proprio miserabile terreno elettorale, la propria gente, anonima e indifferenziata sembrano essere le sole dimensioni possibili, l’oggetto di calcoli e di tattiche politiche, che rende assordanti i proclami e muti i programmi e le strategie.
Eppure molto ci sarebbe da riformare, a partire dal fisco, passando per l’amministrazione pubblica, toccando sanità, scuola e giustizia, da cui si pretende efficienza senza risorse ed efficacia senza competenze.
Questa disattenzione della politica verso la realtà alimenta l’antipolitica, che è sempre stata e sempre sarà qualunquista, e che è alla base della vittoria del sì nel recente referendum, sostenuto da tutte le forze politiche, costringendo il parlamento attuale a prolungare la propria sopravvivenza.
Si dilata così il presente, diventato l’unica dimensione possibile, non per vivere ma per sopravvivere, anche al coronavirus, sempre onnipresente e sempre altamente contagioso. 

1 Commento

  1. Mi fanno sempre riflettere i tuoi scritti. E questo offre molti spunti per la discussione. E specialmente come dici tu, il Recovery Fund e il Plan che devono condividere e adottare. Le riforme che vanno anche queste condivise e implementate. Ci vorrebbe una base ben salda. La speranza è tanta.

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