18 settembre 2020 I garantiti

Esiste una quota della popolazione italiana, una minoranza anche se consistente, che vive del proprio lavoro, o dispone, grazie al lavoro svolto, di una pensione più che dignitosa, una minoranza integrata socialmente, con affetti riconosciuti e riconoscibili, acculturata quel tanto che basta per essere informata su come e dove va il mondo, politicamente progressista e liberal, che non capisce la rabbia che pervade gran parte della società. Non sa capacitarsi di comportamenti di massa irrazionali e violenti, apertamente digressivi se non eversivi, di aperte violazioni di regole ritenute universali e intoccabili. Nei migliori dei casi viene chiamata in causa la mancanza di lavoro, l’assenza di prospettive di inserimento sociale e conseguentemente di emarginazione e di perdita di senso della vita stessa.
Comunque sono ritenuti intollerabili comportamenti di rivolta, anche perché non connotati politicamente, nel senso di poter essere decodificati con categorie che si riferivano ad una conflittualità apertamente di classe, dove le classi sociali non erano ancora disgregate ed atomizzate.
Questa incomprensione assume spesso i connotati di un conflitto generazionale, perché sono i giovani ad essere imputati di essere i rivoltosi, i violenti, i dissacratori, nonostante che questa categoria si sia dilatata, comprendendo da una parte quelli che erano definiti giovanissimi, dall’altra i cosiddetti giovani adulti.
La cosa che appare ancora più incomprensibile è che la rabbia esprime non la denuncia, più o meno palese, di essere emarginati dai poteri e dai saperi, vere conquiste sociali nel passato anche recente, ma dai consumi. Eppure il consumismo, nelle sue forme più varie, è oggi l’elemento fondante della società contemporanea, l’essere cittadino non si misura più con la partecipazione alla vita politica o con l’acculturazione, ma con il proprio potere d’acquisto e con la possibilità di accedere al maggior numero di merci. Non è un caso che il diritto di cittadinanza sia oggi inteso come un reddito elargito dallo stato e non come la possibilità di disporre in forma accessibile e universale di servizi e prestazioni sociali.
Ma chi è garantito, non lo è solo nel reddito o nella padronanza dei linguaggi, ma anche, e soprattutto, nell’accessibilità ai consumi.
Da qui l’incomprensione, ma anche la critica, anche feroce, se non il dileggio, nei confronti di comportamenti che sono condizionati, se non indotti, dalla cultura dominante.
La critica diventa spietata, quando la rabbia sociale viene cavalcata, se non incoraggiata, da forze politiche tradizionalmente favorevoli ai garantiti, storicamente ostili a contrapposizioni sociali, fautrici di ordine e legalità.
Simmetricamente, avere un reddito certo, disporre di mezzi economici e culturali, padroneggiare linguaggi, essere politicamente corretti, diventano elementi negativi, distintivi di una casta di privilegiati, da combattere ed eliminare.
Ma i garantiti sono i veri conservatori, i nemici del cambiamento, ostili ad ogni rinnovamento? O quelle garanzie di cui godono vanno estese a tutti i gruppi e ceti sociali, forse in un’altra società, più giusta e solidale, da immaginare ora, a partire dalla rabbia degli emarginati e degli esclusi.

1 Commento

  1. Grazie, come sempre trovo una riflessione che va oltre, che vede questo strano periodo storico da un punto di vista diverso. Immedesimarsi nell’altro è difficile, riconoscere che bisogna provarci è un sentimento che quasi non esiste più. Riconoscere il privilegio porta a lavorare per un’altra società, come tu scrivi, trovare la coerenza e forza è quello che serve. Ma dove è da chi?

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