27 maggio 2020 Una visione

Come era possibile che dopo pochissimi mesi una massa di consumatori incalliti si trasformasse in una comunità di cittadini consapevoli e responsabili? Come era possibile che in poche settimane, dopo aver interiorizzato per anni un senso di onnipotenza, per un effimero controllo del presente grazie più all’apparire che all’essere, si potesse auspicare un futuro fatto di limiti e incertezze, in coerenza con la nuova sensazione della propria fragilità e debolezza? Come era possibile che fosse accettato non un cambiamento di senso, di atteggiamenti e di comportamenti, ma solo un semplice ritorno alla normalità, concepita come il ritorno allo status quo precedente alla pandemia del coronavirus?
Dopo la sbornia nazionalista e la retorica sulle virtù nostrane, dopo i tricolori alle finestre e i canti dai balconi, dopo gli auspici tipo “ce la faremo” e “tutto andrà bene”, dopo gli esorcismi camuffati da presidi sanitari, con l’allentarsi dell’emergenza per i contagi ridotti di numero e letalità, riesplodono gli assembramenti di massa, la socialità consumistica, le frequentazioni rituali, in esplicito  dissenso con le raccomandazioni di tecnici e scienziati, visti come rompiscatole e menagrami.
Si dirà che tutto questo è opera di una minoranza gaudente, di ceti giovanili spensierati, di personalità improvvide e incoscienti, mentre la maggioranza degli italiani è seria e prudente, rinserrata in casa, mascherata e distanziata. Senza considerare che questa maggioranza è fatta anch’essa di consumatori e di produttori di beni di consumo, di viaggiatori per svago o lavoro, di fruitori attivi o passivi di una socialità diffusa, che mal sopporta limiti e restrizioni, e li rispetta più per paura (del contagio, dei controlli, delle sanzioni) che per convincimento e tollera, se non incoraggia, le trasgressioni di figli e nipoti.
Eppure si dovrebbe fare di necessità virtù. Si dovrebbe approfittare di questa tragica opportunità per cambiare non solo gli stili di vita individuali, ma gli assetti economici, i rapporti tra pubblico e privato, la distribuzione della ricchezza, il trattamento che viene riservato all’ambiente.
Si legge che il Rinascimento italiano quattrocentesco abbia trovato la sua origine nell’allargamento degli orizzonti intellettuali in Italia centrale a partire dal Trecento, che fa seguito alla ricostruzione sociale causata dalla catastrofe umana e demografica della grande epidemia di peste nera tra il 1347 e il 1352.  Sembra che in Italia sia iniziata la rinascita dell’economia, si cominci a svilupparsi la libera concorrenza in contrasto con la struttura corporativa del Medioevo e sia nata la prima organizzazione bancaria ed è in Italia, prima che altrove, si sia emancipata la borghesia urbana.

La ricchezza si accumula nelle terre italiche, sia per l’intraprendenza delle sue genti, sia per la debolezza dello scacchiere europeo, dove nessuna potenza sembra ancora affermarsi.
Il Rinascimento accelera e intensifica il processo di sviluppo dell’economia e della società medievale, contribuendo con un forte accento razionalistico, che sarà poi predominante nella vita intellettuale e materiale. Tutta l’evoluzione artistica si inserisce nel generale processo razionalizzatore, che anima l’organizzazione del lavoro, la tecnica commerciale e bancaria, i metodi di governo, la diplomazia e la strategia politica.
Basterebbe che una piccola parte di questa visione, al netto di contestualizzazioni e di aggiustamenti storici, fosse patrimonio politico e programmatico se non di un intero popolo ma almeno di una minoranza, al governo e anche all’opposizione. Si potrebbero così derubricare ad epifenomeni e a contingenti opportunismi i conflitti che caratterizzano il Conte bis al suo interno e le schermaglie e i distinguo nell’opposizione a questo governo.

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