24 maggio 2020 O mia bella Madunina

Con buona pace dei leghisti si deve parlare di Lombardia, non per polemica politica ma per capire che cosa non ha funzionato in quel territorio, visti i dati di morbilità e mortalità particolarmente evidenti durante la pandemia da coronavirus. La scienza, si dice, procede per tentativi ed errori, ma gli errori vanno ammessi per essere riconosciuti e studiati. L’analisi di come il modello sanitario lombardo abbia reagito di fronte al Covid 19 appare fondamentale per capire quale debba essere l’organizzazione dei servizi e la loro strumentazione di fronte non solo alle emergenze sanitarie, ma agli eventi ordinari che minacciano la salute dei cittadini.
In particolare vanno affrontate alcune questioni:
1. Quale è il ruolo della medicina di base nel garantire la tutela e la difesa della salute? Alla medicina generalista non va riconosciuto un compito importante nel prevenire e nell’affrontare tempestivamente un evento patologico di massa, vista la sua capillarità territoriale e di essere in grado di attivare una cosiddetta “medicina di iniziativa”, rispetto alla “medicina di attesa”, caratteristica dell’assistenza sanitaria ospedaliera e specialistica?
2. La medicina specialistica non va vista come complementare e non alternativa a quella generalista, a condizione che le sue eccellenze riguardino la totalità della capacità di risposta sanitaria, non solo quelle prestazioni altamente remunerative sul piano economico, perché esclusive e ad alta tecnologia?
3. In questo panorama non è centrale nell’organizzazione sanitaria il ruolo del sistema dell’emergenza, per affrontare non solo le malattie cosiddette “tempo dipendenti” (infarto, ictus, grandi traumi), ma anche patologie fino a ieri sottostimate, come quelle infettive? E non è importante che tra le eccellenze ospedaliere vadano considerati anche i Dipartimenti Emergenza Accettazione (DEA), che non si limitino al solo pronto soccorso, ma che dispongano anche di una efficiente centrale operativa attiva H24, di una diffusa rete di ambulanze e automediche e di un sistema di servizi sempre attivi, tra cui rianimazione e chirurgia d’urgenza?
4. La medicina privata è complementare o alternativa al Servizio Sanitario Nazionale? E va intesa solo quella profit, o anche quella rappresentata dal Terzo settore, cioè l’insieme di volontariato, associazionismo e impresa no profit, che si è rivelata fondamentale nell’offrire assistenza sanitaria durante l’epidemia di coronavirus, anche e soprattutto in Lombardia? Senza dimenticare che anche i medici di base sono liberi professionisti, non dipendenti dal SSN ma ad esso convenzionati.
5. Il privato può agire per nome e per conto del Servizio Sanitario Nazionale? Per farlo non è indispensabile il possesso di requisiti organizzativi, funzionali ed operativi che lo autorizzino ad esercitare una attività sanitaria, che lo accreditino se dotati di requisiti ulteriori e che gli permettano di accordarsi col sistema pubblico, per esserne parte integrante? Non è la tecnostruttura regionale, titolare del SSN decentrato a livello territoriale, l’ente che rilascia autorizzazioni e accreditamenti e verifica che gli accordi siano coerenti con il possesso dei requisiti richiesti e con la programmazione regionale?
Queste ed altre questioni vanno poste non solo in Lombardia, ma in tutte le regioni italiane.
Lo impone il rispetto per i morti, l’etica professionale, l’onestà intellettuale e la buona politica.

1 Commento

  1. La premessa e tutte le domande a seguire potrebbero essere affermazioni. Si dovrebbe ampliare ogni punto per arrivare ad una “road map” sulle indagini da fare e le soluzioni da trovare, mettendoli poi in atto, approfittando dell’occasione e dell’urgenza che c’è oggi. I lombardi sono aperti al confronto costruttivo?

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