6 febbraio 2020 Prossimità addio

In tempi relativamente recenti per comprare un quotidiano, del pane fresco o della frutta, bastava uscire di casa e trovare nelle immediate vicinanze un’edicola, un negozio di alimentari un fruttivendolo. I servizi commerciali, come anche le farmacie, le librerie, gli uffici postali, le scuole erano fondamentalmente di prossimità, tutte alla portata di tutti, uomini, donne, bambini, giovani e anziani. Una rete sociale che garantiva non solo l’acquisto di beni, ma anche contatti interpersonali con relativo scambio di idee e di informazioni e la conferma di sentimenti e di comune appartenenze.
Oggi questa rete sociale è scomparsa con la scomparsa della prossimità. L’acquisto di beni e l’utilizzo dei servizi non sempre è a ridosso della propria abitazione o a portata delle proprie gambe. E’ sempre più necessario l’utilizzo dell’automobile e questo penalizza tutti coloro che non sono in grado di fruirne autonomamente, cioè fondamentalmente bambini e anziani. In assenza di un trasporto pubblico efficiente e capillare, vera alternativa all’auto a motore termico, questa diventa sempre più indispensabile, ma è un trasporto in solitaria, a volte troppo lungo e difficile, inquinante, funzionale ad acquisti di beni e prestazioni, ma non allo scambio sociale.
La civiltà dell’automobile e l’affermarsi della grande distribuzione commerciale hanno impoverito le città, rarefatto i suoi centri storici, ridotto i cittadini a clienti. La socialità che pretendono di garantire è povera cosa, perché non è gratuita, né spontanea, né gioiosa.
La velocità, che è sinonimo di ogni mezzo a motore, si scontra con l’intasamento della viabilità e con infrastrutture sempre inadeguate, entrambi conseguenza degli alti tassi di motorizzazione. Solo di notte o all’alba può essere recuperata pienamente, ma nelle ore in cui nascono i bambini e muoiono i vecchi, può capitare che muoiano anche i giovani, anche perché i pub, le discoteche, i luoghi di intrattenimento sono lontani dalle abitazioni, e non sono più le piazze, le vie, le case dei vicini.
Le merci, gli alimenti, gli utensili, i capi di vestiario erano per la maggior parte della popolazione pochi ed essenziali, perché strettamente connessi al loro valore d’uso, il loro possesso non era legato né a status symbol né all’ostentazione di sé, mentre l’ingordigia e la bulimia erano tollerate e programmate in precisi rituali. Nei supermercati ogni giorno è di festa, ogni acquisto, anche inutile, è lecito, l’impacchettamento è d’obbligo, soprattutto se sgargiante o seduttivo, l’offerta deve apparire illimitata come la possibilità di consumo, sottilmente indotto e orientato.

E’ un trend di massa, una tendenza universale, apparentemente inarrestabile, al di là dei richiami al bel tempo andato o l’auspicio di una decrescita felice.
Basta non confondere lo sviluppo con il progresso, la quantità del possesso con la qualità della vita, la velocità di movimento con il rispetto di tempi biologici e sociali.
Basta fermarci e riflettere. Non tanto sui dati del cambiamento sociale e climatico, ma sui dati che ognuno di noi percepisce nel proprio corpo e nella propria mente.
Basta recuperare una prossimità almeno interiore: una vicinanza di sé e poi una vicinanza con chi si è fermato a riflettere.

4 Commenti

  1. Ciao Marcello, ti leggo sempre con piacere.
    Il problema che descrivi è assolutamente reale, soprattutto in riferimento a una città come Perugia. Ma è anche un esempio di come una comunità, in democrazia, attraverso la propria rappresentanza che l’amministra, sia responsabile delle conseguenze delle proprie scelte (quasi sempre).
    Non credo che questo cambiamento sia solo dovuto a un trend di massa, a una tendenza universale determinata da nuovi meccanismi socio-economici, né che lo sviluppo tecnologico di per sé determini i modi con cui viene utilizzato.
    Sai che adesso vivo in una città della Germania dalle dimensioni simili a quelle di Perugia e sai che ho vissuto per un po’ a Copenaghen. Ebbene, qui come a Copenaghen, la comunità, attraverso le amministrazioni che si è scelta, e il conseguente dibattito pubblico, ha deciso di non snaturare un consolidato modello di socialità solo perché ‘i tempi sono cambiati’. Ad esempio: nessun centro commerciale comparabile ai nostri, negozi e servizi e luoghi di aggregazione sociale a portata di quartiere, parchi e aree gioco diffusi, piste ciclabili (anche in salita, visto che le bici elettriche, a proposito di sviluppo tecnologico, sono ora un mezzo efficiente), negozi chiusi la domenica, etc.
    E in realtà, questa non è una prerogativa solo di ricchi paesi stranieri “che se lo possono permettere”. Anche in Italia ci sono esempi in cui la modernità (o forse meglio dire la ‘globalizzazione’) non ha coinciso con la completa distruzione della socialità come, ad esempio, l’abbiamo conosciuta a Perugia fino a venti-venticinque anni fa.
    Quando torno a Perugia, il mio sentimento principale non è il rimpianto di un tempo legato alla giovinezza, cancellato da un ‘progresso’ ineluttabile (so bene che questo non è ciò che tu hai espresso in questa tua elucubrazione), ma la rabbia per una bellissima città che ha distrutto in poco più di un decennio la capacità di essere comunità in modi e luoghi che aveva costruito, appreso e tramandato per generazioni. Una distruzione frutto soprattutto di scelte insipienti e improvvisate.

  2. Perfettamente d’accordo con la tua analisi, effetti tutti di quella globalizzazione spersonalizzante, devirilizzante che la open society ha sapientemente costruito sui binari di una finanza spregiudicata, senza morale, senza dignità, insensibile a valori come cultura, identità, famiglia, radici senza le quali questi sono i risultati

  3. ciao Marcello
    io abito a cenerente, e c’è una bottega che ha la licenza per tutto, fa il caffè vende vino al bicchiere, ha gli alimentari, tsabacchi e giornali. Per me era comoda perchè sempre aperta domeniche e festivi. Purtroppo sta chiudendo per un semplice motivo la gente non ci va a fare spesa. Credo che la globalizzazione fa i sui danni ma anche noi consumatori abbiamo contribuito e non poco a questa rivoluzione.Amazon non fa chiudere i negozi e che li trovi tutto a prezzi bassi ed ha un servizio clienti ineccepibile che fare ? Airbnb non fa chiudere gli alberghi sono la poca disponibilità ed i prezzi alti che li fanno chiudere. Quello che non fanno questi servizi è che non sono in grado di ricreare la rete sociale che c’era nelle città compreso il nostro quartiere, quando conoscevamo tutti da Sepiacci il falegname in cima alle scalette a Gentili l’alimentari in fondo alla Conca

  4. Tutto dipende da dove abiti e sul quartiere che hai scelto dove vivere (se hai potuto sceglierlo)alcuni sono completamente privi di servizi altri così così altri ancora super-serviti. Io abito a Elce in via Annibale Vecchi e per fare spesa non ho bisogno della macchina basta un ombrello se piobve o la sciarpa se fa freddo e trovo tutto: la Santa Croce per la carne, Avelio per frutta e verdura, Upperstore per vestirmi e Bopis per le paste, l’unica cosa che manca è l’EDICOLA!!!! Non legge più nessuno, è questo il vero problema non i carciofi e le melanzane!!!! Comunque il problema esiste non possiamo far finta di niente.

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