16 aprile 2019 Il solo modo

II recenti fatti giudiziari, che hanno decapitato la sanità umbra e prodotto un terremoto politico nella regione, hanno anche svelato i punti deboli del Servizio Sanitario Nazionale, in cui si può inserire facilmente la corruzione e il clientelismo.
La controriforma della sanità, voluta da De Lorenzo nel 92/93 e di fatto confermata da Bindi nel 1999, ha inserito un elemento che ha snaturato l’impianto originario della legge 833 del 1978: l’aziendalizzazione.
Il risultato è stato che un bene pubblico, destinato a soddisfare un diritto universale e fondamentale, quale il diritto alla salute  (Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 3 e 32), è stato da allora gestito privatamente, con le logiche della padronanza e del profitto.
Il Direttore Generale, messo alla guida delle aziende sanitarie territoriali e ospedaliere con contratto di tipo privatistico, con un incarico che ha come vincolo essenziale la disponibilità e l’accessibilità alle risorse finanziarie pubbliche, è una figura monocratica, che deve rispondere solo ed unicamente del pareggio di bilancio della propria azienda e non del soddisfacimento dei bisogni dei cittadini in termini di servizi e di prestazioni sanitarie, non potendo prescindere da un approccio economico-aziendale, che tende ad interpretare il sistema sanitario non come un sistema unitario, ma come sistema di aziende dotate di autonomia.  
Il Direttore Generale ne risponde direttamente al potere politico, a cui spetta la sua nomina o la sua eventuale revoca. E’ una sorta di proconsole, un delegato politico, una figura subordinata, priva di reale autonomia, tranne la facoltà di  nominare a sua volta il Direttore Sanitario e il Direttore Amministrativo, figure a loro volta gerarchicamente subordinate. Mortificato in questo modo il potere gestionale, il potere politico è in grado di condizionare fortemente il potere tecnico, espresso dai sanitari e dai tecnici della sanità, privi di organismi aziendali autonomi e indipendenti, per esprimere le proprie volontà e difendere i propri legittimi interessi e condizionare in questo modo il potere politico, che, privo di controparti legittimate e dotate di potere effettivo, è in grado di condizionare ogni aspetto della vita aziendale.
Le aziende sanitarie, fragilissime sul piano democratico, debolissime in quanto a partecipazione effettiva, ricchissime di risorse e di consenso, sono così una facile preda di ambiziosi, di carrieristi, di profittatori, pronti cinicamente a utilizzare amicizie e frequentazioni politiche, favoriti da organigrammi gerarchichizzati e incontrollabili, chiusi al merito ma non all’appartenenza partitica.
Non bastano quindi dimissioni (indispensabili) e rinvii a giudizio (necessari) o un semplice riordino (opportuno), ma un elemento di cambiamento radicale, di rilettura profonda dell’attuale sistema, che è viziato di clientelismo e di corruzione non solo in Umbria.
La connotazione, giuridica in primis, dell’assistenza sanitaria come “bene comune” potrebbe dargli valenze e significati nuovi, in quanto di fatto verrebbe superata la sua concezione di “bene pubblico”, che attualmente la contiene e la legittima. Può soprattutto rappresentare un “vulnus” nei confronti della aziendalizzazione che è oggi la connotazione principale assunta dal Servizio Sanitario Nazionale e con essa la gestione monocratica delle aziende sanitarie, affidata a un direttorio che di fatto appartiene al potere gestionale, ma che è soprattutto collaterale al potere  politico e sovraordinato al potere tecnico.
La sanità pubblica va quindi ripensata e ridefinita, mantenendo però fermo il principio di solidarietà, secondo il quale la salute può essere garantita solo da un grande sforzo solidale che vede interessate e responsabilizzate le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le imprese, le istituzioni. Questo principio deve continuare a sorreggere il Servizio Sanitario Nazionale, che deve continuare ad essere di tipo universalistico, caratterizzato da pari opportunità di accesso ai servizi, da uguaglianza di trattamento ad ogni persona, da condivisione del rischio finanziario per il finanziamento del sistema, basato sulla solidarietà fiscale.
Lievito di tutto questo deve essere la partecipazione, la possibilità per i cittadini di acquisire maggiore potere all’interno della comunità, sia tramite un aumento delle informazioni necessarie a indirizzare scelte e decisioni sia attraverso l’acquisizione di maggior peso riguardo alle decisioni riguardanti la vita comunitaria, in tutti i suoi aspetti, compresa l’assistenza sociale e sanitaria.
E’ il solo modo per sconfiggere corruzione e clientelismo.


2 Commenti

  1. Un’analisi attenta e competente …….. posso solo essere d’accordo, ma sopratutto mi schiero al tuo fianco per ribadire che ognuno di noi può nel suo piccolo aiutare a smuovere una montagna, infornandosi, partecipando attivamente dove è possibile e sopratutto rifiutando ogni scorciatoia e ogni forma di piccolo privilegio!

  2. Condivido quasi completamente l’impianto delle tue considerazioni specie quando difendi un sistema SSN solidaristico ed universalistico che è un bene prezioso non irreversibile.
    Come giustamente fai notare c’è una criticità del Servizio Sanitario Nazionale che va fatta risalire alla riforma De Lorenzo del 1992, mai più corretta. Essa ha introdotto la “aziendalizzazione” e con essa i “manager” o meglio i Direttori Generali, a nomina della giunta regionale in carica, con enormi poteri assolutamente discrezionali per es. di fare, non fare, rimandare, annullare, manipolre i concorsi, scegliendo tra i candidati chi dovesse vincere e questo a tutti i livelli del personale sanitario, medico e non, sia nel momento della selezione (assunzioni) sia nel momento delle promozioni (nomina di primari e primarietti).
    E’ chiaro che chi da nominato (vassallo) ha tale potere poi ne risponde solo al principe che lo ha nominato e alle sue richieste non può opporsi. Ciò ha fatto, fa e farà molti abusi ed irregolarità la cui responsabilità va fatta risalire di volta in volta agli uomini del sistema (non a tutti), ma soprattutto al sistema stesso. Quando c’è discrezionalità nella valutazione nasce il rischio (non sempre ed ovunque) di un abuso. Vedi per esempio lo strapotere abusato ai tempi dei concorsi gestiti dai “baroni” universitari.
    In queste condizioni, in Italia, sempre emergono le consorterie familiari, geografiche, massoniche, clericali, partitiche che fanno adeguate pressioni per raccomandare, segnalare ed in sostanza preferire un candidato ad un altro con buona pace del merito.
    E allora…. non resta che abolire la discrezionalità cioè le prove orali, i colloqui, le valutazioni. Ogni graduatoria dovrebbe essere per titoli con valutazioni oggettive dei curriculum e delle capacità professionali oggi accertabili con sistemi obiettivi se lo si vuole. Poi certo si possono anche alterare i titoli (per es.4 anni più 3 anni di servizio possono diventare 6, ma questa è una truffa!) Ma un simile sistema lo si vuole? E da chi? Non credo, non ora, non qui.
    Per finire non credo che le criticità che discutiamo siano legate ad una logica “di padronanza e del profitto” . Chi è il padrone? E a chi va il profitto?
    L’aziendalizzazione è stata una politicizzazione e non una privatizzazione del SSN!

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