4 novembre 2015 Democratura

Ho sentito per la prima volta questo termine, che è una crasi tra democrazia e dittatura, dalla bocca di un Direttore Generale di una azienda sanitaria, il quale, tra il serio e i faceto, mi voleva convincere che la democrazia, per come la conoscevamo, era superata, improduttiva e inefficiente ed in essa andavano fatte iniezioni di dittatura, per rendere appunto la nostra vita pubblica più incisiva nell’azione e più veloce nelle decisioni.

Ripropongo questo termine, anziché quello più usato in questo momento di post-democrazia, perché l’involuzione del nostro sistema politico e sociale non è tanto il risultato di un processo storico pressoché ineluttabile, quanto di una precisa e convinta concezione dello stato, come garante di diritti e doveri e delle norme che li disciplinano.

Non è l’esito di una fase determinata e condizionata, un corso rispetto ad altri ricorsi della storia, ma il risultato dell’agire di un pensiero politico, neo autoritario e neo liberista, che si è affermato in Italia a dispetto della sinistra, fuori della sua cultura, ma al di là di essa, favorito dai suoi errori, incoraggiato dalle sue mancanze, legittimato dalla sua marginalità.

Ci sono voluti anni di sperimentazione per prefigurare questo esito, un vero laboratorio politico che ha messo a frutto i primi atti del processo: l’elezione diretta dei sindaci e la conseguente marginalità dei consigli comunali; l’aziendalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale con l’instaurazione di monocrazie pressoché assolute; il ricorso sistematico della fiducia ad atti e provvedimenti del governo per fare del Parlamento un organo di ratifica e non di dibattito; la delegittimazione costante della Magistratura, per ridimensionarne il ruolo di organo e di potere dello stato in grado di bilanciare il potere esecutivo; la personalizzazione della politica e la trasformazione dei partiti in aziende con un capo e una cerchio di fedelissimi, in grado di riassumere in sé le funzioni di leader, segretario politico, capo del governo; l’utilizzo sistematico, a fini di consenso e di lotta politica, dei mass media, della televisioni in particolare, che da quarto potere si trasformano in sottopotere; il depauperamento progressivo del Fondo sociale, per fare del welfare un intervento pubblico residuale, incapace di garantire solidarietà e inclusione sociale. Sono solo alcune delle prefigurazioni dell’esistente che ci sono scorse davanti agli occhi, non contrastate o contrastate malamente, addirittura condivise, anche da chi ne subisce oggi pesantemente le conseguenze. Hanno avuto in Silvio Berlusconi l’interprete principale fino a pochi anni fa, a lui si è sostituito Matteo Renzi, in piena continuità, senza modificare neanche lo stile, il linguaggio, le modalità di approccio.

Così oggi assistiamo alla sfiducia di un sindaco non nella sua sede legittima, il consiglio comunale, ma davanti ad un notaio, alla legittimazione o delegittimazione di capi e leader politici nei talk show televisivi, nelle pagine dei  giornali, nei twitter e non negli organismi paritari e legittimi a questo deputati, alla pletora di consulenti, operatori del marketing, sondaggisti, costruttori di immagine che hanno sostituito organismi eletti e revocabili, quali direttivi, segreterie, comitati, gruppi parlamentari e consiliari, il transversalismo delle decisioni riguardanti nomine, incarichi, promozioni, attribuzioni di poteri, che avviene sempre per nomina, in forma non trasparente, che seleziona solo e unicamente i fedelissimi e non i competenti, che accontenta pseudo avversari politici, minoranze riottose, poteri forti e fortissimi, lobby palesi e occulte.

Ma questo è solo la punta dell’iceberg: sotto cresce, si articola, si configura la democratura, che cancella la democrazia come l’abbiamo conosciuta e difesa, di cui si percepiscono ormai solo le apparenze, appare invece netto il predominio assoluto del potere esecutivo su quello legislativo, la crisi verticale della rappresentanza, la ininfluenza delle assemblee elettive, l’invadenza e la tracotanza della politica voluta e agita da ceti politici oligarchici e non più dai partiti di massa.

Basterebbe molto meno per agitare le coscienze, per reagire e contrattaccare, aggregare i nuclei di resistenza, elaborare e praticare momenti reali di democrazia. Ma forse quello che succede non basta ancora, forse gli anticorpi non ci sono. Che il razzismo, l’ignoranza, l’egoismo, il parassitismo siano parte integrante e fondante dell’Italia di oggi?

4 novembre 2015

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