26 gennaio 2015 Oggi in Grecia, domani in Spagna. In Italia quando?

Finora l’Europa ha dato di sé l’immagine di un continente vecchio, stanco e rassegnato. Vecchio per la bassa natalità e per l’allungamento dell’età media. Privo di forze di fronte alle nuove sfide su tutti i terreni della post modernità, da quello economico a quello culturale, da quello sociale a quello ambientale. Rassegnato all’egemonia del capitale finanziario sul lavoro e anche sul capitale imprenditoriale, rassegnato alla precarietà e alle incertezze della condizione umana, rassegnato al controllo della ricchezza da parte di pochissimi, rassegnato alla derubricazione della politica ad affare e intrigo, il cui sistema è, di fatto, la contesa elettorale, neanche lo scontro, di due soli partiti pigliatutto, destinati spesso, in nome di una presunta governabilità, a gestire in coalizioni, formali e informali, potere e poteri.

Fino a ieri. Fino a quando la speranza ha preso il posto della rassegnazione, perché un gruppo dirigente giovane ha attivato un processo politico di aggregazione e di proposta politica e ha messo in campo soluzioni alla crisi europea fuori dagli schemi rigidamente finanziari e antipolitici dell’attuale leaderschip continentale, riproponendo il primato della politica sull’economia, della persona rispetto al mercato, del benessere rispetto al profitto, la negoziazione rispetto al diktat.

In Grecia, con una vittoria elettorale incredibile perché scontata, annunciata da tempo, interiorizzata anche da coloro che la temevano, quasi ovvia viste le condizioni disperate di grandissima parte di quel popolo, derubato dai propri dirigenti corrotti e strangolato dalle scelte di politica economica della Commissione Europea.

Adesso si parla di contagio, come se Syriza fosse una malattia infettiva, pronta a diffondere i suoi temibili virus in altri paesi, a partire da quelli  geograficamente e socialmente più vicini. Ma in Spagna sono già ammalati, la loro malattia si chiama Podemos, il cui percorso presenta molte analogie con Syriza e che si prepara a rompere, come è già stato fatto in Grecia, l’oppressivo bipolarismo iberico. Neanche Podemos si fa forte dell’antipolitica, ma si è strutturato e organizzato come soggetto politico che aspira e si legittima come forza di governo, né si fa forte dell’antieuropeismo, patrimonio questo della destra populista e nazionalista, che dilaga quando non è autorevolmente ed efficacemente contrastata, come in Francia.

L’Italia, al contrario, sembra immune dal contagio. L’esperienza di l’Altra Europa con Tzipras stenta a decollare, trova mille difficoltà ad essere altro di un cartello elettorale, nonostante al suo interno si auspichi di dare “in fretta e bene” rappresentatività politica a movimenti sociali frantumati e ripiegati nei loro particolari campi d’azione. La CGIL, priva ormai da tempo di referente politico, non sembra porsi il problema di contribuire alla nascita di  un soggetto che porti a mediazione politica il conflitto operaio e sociale, con il rischio di sbocchi deludenti e inadeguati a lotte anche aspre e complesse. Eppure ha al suo interno un leader giovane che potrebbe spendere la sua autorevolezza e combattività: Maurizio Landini.

SEL sembra che non abbia ancora pienamente elaborato il lutto del  divorzio dal PD, tanto che Vendola formula accuse pesantissime ma tardive a Matteo Renzi, degne più di un amante tradito che di un leader politico, che dovrebbe avere, come minimo, realismo e tempismo, come prerequisiti.

Del resto il Partito Democratico sta diffondendo dappertutto e in ogni occasione anticorpi contro la sinistra, per la difesa dell’ordine europeo, così come voluto dai potentati economici e finanziari, tedeschi ma anche transnazionali, contrabbandando per riforme le indicazioni della cosiddetta troika.

Per salvarci anche noi dalla macelleria sociale delle politiche del rigore speriamo seriamente di ammalarci.

26 gennaio 2015

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