16 novembre 2006 La malattia degli italiani

Quale sindrome affligge gli italiani? E’ pazzia vera o nevrosi, psicosi o disagio esistenziale, sofferenza mentale o alienazione ?

O più semplicemente (si fa per dire) si è dissolto quel senso di identità e appartenenza che, a partire dal secondo dopoguerra (dopo il dissolvimento di un altro senso di identità e appartenenza) aveva in qualche modo caratterizzato gli abitanti della penisola, facendoli sentire quasi immuni (ormai) da perversioni sociali e crudeltà politiche, garantiti da quel riscatto che fu la Resistenza, dalla vis religiosa e quindi solidaristica e umanitaria del partito di maggioranza relativa e dalla presenza vitale e costruttiva  all’opposizione del più forte partito comunista dell’occidente? E poi partiti minori depositari di altri valori e testimoni attivi di altre culture politiche, classi e categorie sociali omogenee, integre e ben rappresentate, una cultura, non solo politica, diffusa, testimoniata e praticata da molti, anche se non moltissimi. Il Palazzo sempre lontano ed estraneo, ma tutto sommato controllabile e sotto il tiro del Parlamento e delle altre assemblee elettive,  della stampa, dell’opinione pubblica, della mobilitazione popolare. Quest’ultima antidoto anche contro gli USA, nostri veri  padroni, anche perché validamente contrastati sul piano internazionale.

Tutto questo faceva sì che gli italiani, a dispetto delle istituzioni, dei poteri occulti e trasversali, delle logiche sovranazionali e dei centri di potere multinazionali, si sentissero e si riconoscessero come tali, in grado di parlare e di capirsi, perché componenti di una comunità che era in grado di esprimersi (soprattutto politicamente) e nella quale, di fatto, alcune classi sociali, esprimendo e rappresentando il conflitto nei luoghi di lavoro, nelle piazze e nelle istituzioni, sino alla necessaria mediazione politica, lo legittimavano ed orientavano, grazie ad esso, progetti e percorsi politici.

Fino a quando la riorganizzazione e riallocazione del lavoro e dei lavori, anche e soprattutto su scala planetaria,  la disarticolazione sociale di classi e ceti,

l’esasperazione della conflittualità senza un adeguato progetto politico (fino alla perversione della lotta armata), la criminalizzazione dei movimenti, il suicidio politico di molte avanguardie, lo smarrimento per il venir meno di fedi politiche oltre che la crisi di dottrine e ideologie, il contatto brusco e drammatico con altre alterità, hanno esplicitato negli italiani la consapevolezza della perdita del loro potere contrattuale, del poter intervenire direttamente sulla realtà, senza deleghe e committenze, ma soprattutto la loro subordinazione totale a logiche politiche e soprattutto economiche che vanificano e ridicolizzano solidarietà, umanità, aiuto, soccorso, partecipazione ai  problemi e alle  difficoltà degli altri. Ridotti al rango di spettatori televisivi o radiofonici o, al massimo, di lettori di giornali, attoniti, distratti, infastiditi, attraversati crudelmente da mille emozioni, mai sollecitati da un minimo di analisi e sintesi razionale, ignoranti di tutto ciò che è altro dalla loro collocazione sociale, gli italiani hanno capito che niente è sotto il loro controllo, che la decisionalità è lontanissima dalle loro mani, che qualsiasi atto intenzionale è destinato a rimanere isolato, volontaristico e marginale.

Con l’aggravante che chi ha comprato o usurpato la loro delega (capi  e/o  rappresentanti   delle istituzioni, statisti, governanti, amministratori, politici, sindacalisti etc) non gode neanche della loro minima fiducia o credibilità o simpatia.

Gli italiani non sono così più gli italiani che credevano di essere. E questo riguarda la grande maggioranza di coloro che hanno e conservano una qualche memoria storica, con tutte le distorsioni possibili e ammissibili. Le giovani generazioni non hanno neanche questa opportunità, non sapendo che cosa sono o che cosa possono diventare.

Se questi uomini e donne non ricostruiranno una nuova identità collettiva sarà difficile se non impossibile chiedere loro sacrifici e rinunce individuali, mettere in discussione il loro “particulare”, andare oltre l’interesse immediato. Senza un agire e un pensare collettivo, senza una partecipazione piena, senza un consenso motivato, senza una vera cultura politica, senza una rivalutazione e riabilitazione della “res publica”,  è naturale e non patologico il prevalere del precariato sociale e culturale, gli egoismi e le rivendicazioni corporative, una concezione tutta e solo personale della propria sopravvivenza terrena e della vita ultraterrena.

La psichiatria non c’entra niente e neanche la malattia mentale, utilizzata da sempre come alibi pseudoscientifico per coprire e mascherare emarginazione e sfruttamento.

C’entra solo l’uomo e la sua incredibile, straordinaria capacità di adattamento.

16 novembre 2006

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